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Storia

La battaglia di Poitier

by IsilanAllea

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BATTAGLIA DI POITIERS

Luogo: Cenon, centro francese nei pressi di Bordeaux, poco distante da Poitiers.
Eserciti contro: FRANCHI ed ARABI
Contesto: ARRESTO DELL’INVASIONE ARABA IN EUROPA
Protagonisti:
CARLO MARTELLO (Comandante dell’esercito dei Franchi)
ABD el-RAHMAN (Comandante dell’esercito arabo)

estensore: GIOVANNI DE SIO CESARI

Sommario:
Antecedenti
Andamento della battaglia
Fuga dei mussulmani
Valutazione
Conseguenze
Fonti storiche

Antecedenti della battaglia
La battaglia avvenne in un giorno imprecisato del 732 fra un esercito mussulmano proveniente dalla Spagna e le forze dei Franchi accorse in aiuto delle popolazioni locali. La località tradizionale di Poitiers invero non trova riscontro nelle fonti che non la nominano ma indicano invece Tours e la Loira
L’esercito mussulmano era composta da forze raccolte soprattutto nell’africa settentrionale dall’emiro Abd al Rahman (latinizzato in Abderrahman) e composte in maggioranza dai Berberi, popolazione diversa per lingua e costumi dagli arabi ma comunque anche essi islamici e generalmente confusi con gli arabi . Non conosciamo il numero dei combattenti ma dal contesto generale dobbiamo ritenere che non doveva essere molto elevato: forse venti mila, secondo alcune ipotesi, ma noi riteniamo che fossero forse anche di meno. Combattevano a cavallo e quindi la carica di cavalleria era loro arma vincente. Al momento della battaglia avevano già ampiamente saccheggiato il sud della Francia e quindi si trovavano impacciati dalle loro prede. Abd al Rahman avrebbe preferito che avessero lasciato il bottino ma chiaramente non era possibile chiedere che i combattenti abbandonassero tutto ciò che avevano guadagnato e per il quale erano erano venuti alla lontana Africa e lottato: essi infatti non ricevevano nessuna paga e il loro compenso erano le prede che riuscivano a raccogliere nei saccheggi.
L’esercito dei Franchi comprendeva anche contingenti degli Alemanni ed era guidato da Carlo detto poi Martello, figlio di Pipino della casa di Heristall: egli ricopriva la carica di “maestro di palazzo” del re dei Franchi dei discendenti da Meroveo (Merovingi) che ormai non si occupavano più degli affari di stato che erano lasciati completamente nelle mani dei “maestri di palazzo”. Pertanto Carlo era l’effettivo detentore del potere dei Franchi. L’esercito Franco era formato sostanzialmente da soldati appiedati che combattevano in file serrate in modo da formare un solido muro di ferro irto di punte: era una tattica che ricordava quella adottata nel mondo antico e portata alla perfezione dai Romani.

ANDAMENTO DELLA BATTAGLIA
I mussulmani si trovarono di fronte all’esercito dei franchi quando stavano per dirigere su Tours per saccheggiarla. I due eserciti si schierarono l’uno contro l’altro ma per sette giorni nessuno dei due iniziò la battaglia in quanto a nessuno dei due conveniva attaccare. I Franchi appiedati non potevano attaccare un esercito a cavallo senza scompaginare le proprie file e d’altra parte i cavalieri mussulmani sarebbero stati in difficoltà ad affrontare le strette falangi dei Franchi. Alla fine furono le bande indisciplinate dei Berberi ad attaccare . I Franchi allora sostennero fermamene l’urto delle cariche di cavalleria che si succedettero per tutta la giornata. A un certo punto ,verso la fine della giornata, nelle file arabe si diffuse la falsa notizia che alcuni franchi avevano aggirato le posizioni e si erano introdotti nel campo mussulmano dove si trovavano le prede la storia della guerra. Un certo numero di cavalieri mussulmani allora volle dirigersi verso gli accampamenti . Abd al Rahman vide il pericolo e si precipitò in prima fila per dissuadere i propri combattenti da una mossa tanto avventata. Si trovò però a un certo punto circondato da guerrieri nemici e cadde trafitto dalle lance. I Franchi non si resero conto di chi avessero abbattuto.

LA FUGA DEI MUSSULMANI
La notte separò i contendenti e ciascuno si ritirò nei propri accampamenti. La morte dell’emiro poneva ai mussulmani una gravissimo problema. Il loro non era un esercito regolare come quelli moderni o quelli romani nei quali, caduto un generale, se ne nomina subito un altro. Si trattava di truppe raccogliticce, tenute insieme dal prestigio personale dell’emiro che riusciva a imporre la disciplina e non senza difficoltà, come abbiamo prima visto. La morte del condottiero metteva in pericolo la disciplina e pertanto la salvezza stessa dell’esercito ed era abbastanza normale in queste condizioni, in quei tempi, che caduto il capo, l’intero esercito si ritirasse. Pertanto i mussulmani che comunque avevano già raccolto una notevole preda, presero la decisione più opportuna : ritirarsi. Nella notte, silenziosamente, senza che i loro nemici se ne accorgessero, lasciarono le tende e si ritirarono con tutto quello che potevano portare con loro

All’alba, alle prime luci del mattino, i Franchi si schierarono ancora in ordine di battaglia sicuri di dovere ancora affrontare le terribili cariche di cavalleria dei nemici. Ma nell’incerta luce del mattino non si vedevano nemici, l’accampamento di fronte a loro apparivano vuoto. Naturalmente non sapendo della morte dell’emiro e degli avvenimenti della notte essi pensarono a un tranello temendo di vederli sbucare da chi sa dove. Gli esploratori subito inviati riferirono effettivamente che gli accampamenti erano vuoti. Cercarono allora dappertutto, fra boschi e valli dove quei temibili cavalieri potevano essersi nascosti ma nulla, non erano da nessuna parte.

I Franchi non potevano inseguire i nemici tanto più mobili sui loro cavalli e non ne avevano nè la voglia nè la necessità: bastavano loro che quel flagello si fosse allontanato. L’esercito si smobilitò rapidamente, tutti tornarono alle loro case contenti di non dover più affrontare quel terribile flagello.

SU

VALUTAZIONE DELLA BATTAGLIA
In seguito la battaglia di Poitiers fu celebrata come una grande vittoria della cristianità sull’Islam . La cavalleria nei secoli seguenti si impadronì di essa rivendicandola come propria gloria: in realtà ai tempi di Poiters la cavalleria non esisteva ancora . Nacque una leggenda esaltatrice i cui primi momenti possiamo vedere nella cronaca di S. Denis ( che sotto riportiamo). Tuttora incontriamo molte fantasiose ricostruzioni della battaglia che non hanno alcun fondamento storico.

Dal punto di vista scientifico della ricerca storica mettiamo in risalto alcuni punti:

A) Non si è trattato propriamente di una sconfitta mussulmana: essi si ritirarono semplicemente per la morte accidentale del loro condottiero e non perchè battuti in campo

B) Non fu vissuta dai protagonisti, specialmente da parte cristiana come di una guerra nel mondo oggi. La fonte cristiana di S. Isidoro (sotto riportata) non definisce mai i Franchi come “cristiani” , usa definizioni geografiche e non religiose: si parla di “uomini del nord ” e anche curiosamente di “europei”, termine del tutto insolito, per distinguere i combattenti di Carlo da quelli che venivano dal sud e dall’Africa in riferimento ai Berberi dell’emiro

C) La battaglia ebbe modesta eco: in realtà attualmente abbiamo solamente una fonte cristiana e una mussulmana che ne parlano in modo attendibile e in ambedue i casi il fatto d’armi non assume particolare rilievo. D’altra parte dobbiamo tener conto della estrema povertà culturale dell’Europa del tempo per cui tutti i fatti storici del periodo hanno pochissimi riscontri scritti

LE CONSEGUENZE DELLA BATTAGLIA
Generalmente si ritiene che la battaglia di Poitiers rientri nel numero di quelle poche battaglie della storia da cui è dipesa la sorte dl mondo. Infatti se i musulmani avessero dilagato in Francia avrebbero potuto raggiungere l’Italia e Roma, sede del pontefice, avrebbero potuto convertire all’Islam tutta la Europa barbarica appena e superficialmente guadagnata al cristianesimo e quindi la storia del mondo sarebbe stata diversa. Alcuni storici invece ridimensionano sostanzialmente la portata della battaglia. Ritengono infatti che i musulmani fossero semplicemente dei predoni che non avevano nè i mezzi nè la volontà di invadere veramente l’Europa cristiana . Infatti essi si ritirarono alla prima difficoltà e non ritentarono più l’impresa in seguito. D’altra parte sarebbe stata insormontabile la resistenza delle popolazioni europee che erano ancora barbare ma proprio per questo bellicose e forti. Da parte nostra consideriamo fondate queste osservazioni ma riteniamo soprattutto che non si possano prevedere le conseguenze a lungo termine di un fatto storico. Non possiamo sapere cosa sarebbe successo se i mussulmani avessero vinto a Poitiers : forse si sarebbero ugualmente ritirati dopo aver fatto qualche altra preda e forse quindi la battaglia non cambiò affatto la sorte del mondo. Ma forse può anche essere che, incoraggiati al primo successo altre ondate mussulmane si sarebbero riversate in Europa e l’avrebbero convertita all’Islam,e chi sa, forse veramente anche io ora sarei un fedele di Allah e scriverei in arabo qui delle glorie dei combattenti a Poitiers, e , forse,chi sa , non ci sarebbe nemmeno un computer su cui scrivere. Ma qui andiamo nel campo della fantasia, delle illazioni non suffragate dai fatti: siamo fuori dal campo scientifico della storia a cui invece torniamo con una presentazione e discussione sulle fonti storiche

LE FONTI STORICHE
Noi abbiamo tre fonti che trattano delle battaglia di Poitiers, una in lingua araba e due in latino: di quelle latine una sola pero è attendibile mentre la seconda invece testimonia l’inizio della trasfigurazione leggendaria della battaglia stessa, Le presentiamo e esaminiamo distintamente.

CRONISTA ARABO
Il primo testo è scritto da un cronista di lingua araba vivente in Spagna di cui non conosciamo il nome. Si tratta della sola descrizione dell’avvenimento e non sappiamo se facesse parte di un’opera più ampia. Essa appare attendibile e ben informata dei fatti: attribuisce l’insuccesso dei mussulmani all’indisciplina delle truppe e alla conseguente morte dell’emiro.
Si affaccia anche l’idea , propria della cultura religiosa del tempo di una castigo divino per gli eccessi a cui si erano abbandonati i mussulmani. Erroneamente riporta la morte del conte Eude che invece sopravvisse alla sconfitta: tuttavia è un quadro chiaro che mette in luce l’effettivo andamento dei fatti

Cronista arabo sconosciuto
Attraversarono il fiume il fiume Garona ,invasero il paese e presero innumerevoli prigionieri. Questo esercito fu per i luoghi come una tormente desolatrice per tutto e la prosperità dei luoghi rese insaziabili quei guerrieri. Nel passaggio del fiume Abd al Rahman attaccò il conte che si ritirò nel suo rifugio. ma i mussulmani lottarono contro di lui ,entrarono con forza e uccisero il conte. Tutti i paesi dei Franchi tremarono davanti a questo terribile esercito e e ricorsero al loro re Caldus (Carlo Martello) al quale narrarono le devastazioni che avevano fatto i cavalieri mussulmani e lo avvertirono che con la loro ferocia avevano attraversato tutte le terre della Arbuna (Narbona), Tolosa e Bordeaux,e gli raccontarono della morte del suo conte. Allora il re li confortò e offri il suo aiuto. Montò sul suo cavallo e guidò la sua armata che era innumerevole e andò incontro ai musulmani e giunse alla grande città di Tours. Abd al Rahmán e altri cavalieri videro il disordine delle truppe mussulmane che procedevano cariche di bottino però non si arrischiarono a contrariare i soldati chiedendo loro di abbandonare tutto il bottino tranne le armi e i cavalli. Abd al Rahmán ebbe fiducia nel valore dei suoi soldati e nella fortuna che fino ad allora aveva avuto. ma la mancanza della disciplina è sempre fatale per gli eserciti. Abd al Rahmán e il suo esercito attaccarono Tours per prendere altro bottino e lottarono con tanta fierezza che atterrirono la città quasi davanti agli occhi dell’esercito che veniva a salvarla: la crudeltà e la furia dei mussulmani verso gli abitanti della città fu come la furia e la crudeltà delle tigri feroci. E’ chiaro che il castigo di Allah avrebbe certamente seguito questi eccessi e la fortuna a loro favorevole divenne contraria ai mussulmani. Vicino al fiume Owar (Loira) due grandi eserciti di due lingue e di due fedi si diressero l’uno contro l’altro. I cuori di Abd al Rahmán, dei suoi capitani e dei suoi uomini si riempirono di ira e di orgoglio e furono i primi che iniziarono a combattere. I cavalieri mussulmani si lanciarono con furia contro i battaglioni dei Franchi che resistettero valorosamente e molti caddero da ambedue i lati fino al tramonto del sole. La notte separò i due eserciti :ma nel grigio della mattina i mussulmani tornarono alla battaglia. I cavalieri si lanciarono subito verso il centro dell’esercito cristiano. Ma molti mussulmani ebbero paura di perdere il bottino che avevano accumulato nelle loro tende e si diffuse nelle loro file una falsa voce che alcuni dei loro nemici stavano saccheggiando l’accampamento. Allora molti squadroni di cavalieri mussulmani si diressero verso di essi per difenderli. Sembravano però che fuggissero e l’esercito era confuso. E mentre Abd al Rahmán si sforzava di calmare il tumulto e li faceva tornare alla battaglia i guerrieri franchi lo circondarono e lo trafissero con le lance uccidendolo.Allora tutta l’esercitò fuggi davanti al nemico e molti morirono nella battaglia.

CRONACA DI S.ISIDORO
La seconda fonte che prendiamo in esame e la cronaca di S.Isidoro. Il testo che riportiamo è parte di una ampia cronaca di quei tempi. Sostanzialmente concorda con la cronaca araba ma I fatti sono visti da parte cristiana: appare cosi la meraviglia dei cristiani di fronte al ritiro dei mussulmani, fatto che dimostra che gli Arabi non fossero affatto stati sconfitti. Il ritiro dell’esercito mussulmano non viene messo in relazione con la caduta dell’emiro qui indicato con il nome latinizzato di Abderrahman (Abd al Rahmán) e quindi appare inspiegabile. Le due fonti discordano per la cronologia della battaglia: la fonte mussulmana collocava la caduta dell’emiro all’inizio della seconda giornata di battaglia. mentre quella cristiana parla di una sola giornata di battaglia: al mattino seguente i mussulmani sono già scomparsi. Ci sembra più attendibile questa versione che spiega la meraviglia del campo franco e pertanto la abbiamo adottato nel racconto dei fatti. Va notato che la fonte non designa mai i Franchi come “cristiani” ma li chiama “uomini del nord” o “europei” a testimonianza del fatto che all’epoca la battaglia non fu vista come un confronto di religione e di civiltà come poi apparve in seguito

CRONACA Di S.ISIDORO
Allora Abderrahman vedendo la terra piena della moltitudine del suo esercito attraversò i Pirenei e passando fra le gole e le pianure penetrò devastando e uccidendo nelle terre dei Franchi . Attaccò battaglia con il duca Eude al di la della Garonna e della Dordogna e lo sconfisse in modo tale che che Dio solo conosce il numero dei morti e dei feriti. Quindi Abderrahman insegui ancora Eude: distrusse palazzi, bruciò chiese e pensò che avrebbe potuto saccheggiare la basilica di S. Martino di Tours. Fu allora che gli venne incontro, faccia a faccia il signore di Austrasia Carlo,il grande combattente fra la sua gente e esperto in tutti i fatti di guerra. Per quasi sette giorni i due eserciti si fronteggiarono l’un l’altro aspettando ansiosamente il momento di affrontarsi in battaglia. Finalmente furono pronti al combattimento. E nello scontro della battaglia sembravano come il mare del nord che non può essere mosso: essi stavano fermi saldamente, l’uno vicino all’altro formando come una muraglia di ghiaccio e con il grande sibilo delle loro spade colpivano gli arabi. Come un forte esercito intorno al loro capo la gente di Austrasia respingeva tutto davanti ad essi . Le loro mani instancabili spingevano le loro spade nel petto dei loro nemici. Alla fine la notte divise i combattenti.
I Franchi incerti abbassarono le loro armi e vedendo le innumerevoli tende degli arabi si preparavano a un’altra battaglia il giorno dopo. Al primo mattino, quando uscirono dai loro accampamenti gli europei videro le tende arabe allineate ancora in ordine e nello stesso luogo dove avevano messo il loro campo. Non sapevano che erano vuote e temevano che le falangi dei saraceni fossero pronte alla battaglia, e mandarono delle spie per accertare i fatti. Le spie scoprirono che gli squadroni degli Hismaeliti (arabi) erano scomparsi. Infatti durante la notte essi erano fuggiti con il più grande silenzio, dirigendosi con grande rapidità verso la loro terra. Gli europei incerti e paurosi che fossero ancora nascosti in ordine per tornare a piombare loro addosso in una imboscata mandarono esploratori per ogni dove ma con loro grande meraviglia non trovarono nulla. Allora senza preoccuparsi di inseguire i fuggitivi essi si accontentarono di dividersi le spoglie e ritornare direttamente contenti ai loro paesi

CRONACA DI S.DENIS
Questa fonte non ha propriamente valore storico ma testimonia il processo per cui la battaglia di Poitiers esce dalla storia per entrare nella leggenda. In realtà non da notizie precise sulla battaglia ma esalta la grandezza di Carlo. Il numero dei saraceni viene ingigantito oltre ogni verosimiglianza. Nel testo l’appellativo di “Martello” viene ricondotto al fatto che Carlo era stato un “martello” a Poitiers e questa origine del termine viene generalmente accettata. Più verosimilmente il nome di “martel” invece fa riferimento a Marte. dio della guerra e pertanto significherebbe “il piccolo Marte” o anche ” marziale, guerriero”

CRONACA DI SAN DENIS
I mussulmani pensarono di andare a Tours per distruggere la chiesa di S. Martino, la città e l’intero paese.
Allora venne loro contro il glorioso principe Carlo alla testa di tutte le sue forze. Egli guidò il suo esercito e combatte cosi fieramente come un lupo affamato che piomba sopra un cervo. Per grazia di Nostro Signore egli fece una grande strage dei nemici. della fede cristiana e come testimonia la storia egli uccise in quella battaglia 300.000 uomini e anche il loro re Abderrahman. Allora per la prima volta Carlo fu chiamato “Martello” perché come un martello di ferro o di acciaio e di altro metallo egli aveva colpito e aveva sbaragliato nella battaglia tutti i suoi nemici. E ciò che era la maggiore meraviglia di tutte è che aveva perso solo 1500 uomini. Le tende e le suppellettile dei nemici furono prese e qualunque cosa essi possedessero divenne preda per lui e per i suoi compagni. Eude, duca di Aquitania riconciliato di nuovo con il principe Carlo, in seguito abbattè tutti i saraceni che potè trovare e che erano sfuggiti alla battaglia.

Storia

Cronologia degli eventi Guerra Iraq: la storia della guerra iraq in sintesi cronologica le fasi del conflitto

by IsilanAllea

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Con l’occupazione di Bagdad si è conclusa la fase bellica del guerra civile in Iraq; proseguono la guerriglia e gli attentati terroristici.
La cattura di Saddam non ha influenzato la virulenza degli attentati alle forze della coalizione ed ai loro collaboratori.
Gli eventi si sono susseguiti a ritmo elevato e non vi è stato il tempo sufficiente alla percezione sintetica dell’evoluzione bellica.
Per poter meglio comprendere l’accaduto e seguire con metodo gli sviluppi, è opportuno rappresentare in una visione
organica la realtà via via configuratasi dai prodromi della guerra all’attuale situazione.

Strategia globale sito web: L’immagine d’insieme può formarsi correlando cronologicamente i fatti accaduti dall’11 setttembre.
E’ indubbio che l’evento da cui partire sia l’attentato alle Twin Towers e al Pentagono, origine della svolta storica dell’inizio del nuovo millennio. Si origina la reazione americana alla tremenda offesa che di lì in breve tempo porterà prima alla guerra in Afghanistan e poi a quella in Iraq, due dei Paesi “canaglia” indicati da Bush al Congresso nel corso della formulazione della cosiddetta dottrina Bush della guerra preventiva per sconfiggere il terrorismo prima che prosegua nella sua escalation di attacchi proditori e sempre più gravi e per prevenire offese che potrebbero essere condotte con alrmi di distruzione di massa.

11 settembre 2001 è l’evento origine degli eventi conflittuali che si sono sviluppati negli ultimi 32 mesi. si sono avute la guerra afghanistan e la guerra iraq che tuttora perdurano in forma di guerriglia e antiguerriglia
Si riporta la cronologia dell’attentato alle torri gemelle (Twin Towers) di Mew York, minuto per minuto
8.45 a New York (le 14.45 in Italia) Un’esplosione fortissima scuote Manhattan. Un aereo ha colpito una delle torri del World Trade Center. Divampa un incendio.
9:05 Le telecamere di Cnn e Bbc stanno riprendendo l’incendio. All’improvviso compare un altro aereo che centra l’altra torre. La scena è filmata in diretta.
9:22 Evacuata Wall Street, chiusa la metropolitana, evacuato il Palazzo di vetro dell’Onu.
9:43 Terzo aereo kamikaze. Colpito il Pentagono a Washington. Un testimone parla di un aereo di linea precipitato sulla piazzola degli elicotteri.
9:40 Arriva la notizia di un’esplosione al Congresso. Si parla anche di un’autobomba presso il Dipartimento di Stato. Un’ora dopo le notizie vengono smentite.
9:45 Viene evacuata la Casa Bianca. Bush è già in volo con l’Air Force One. Per motivi di sicurezza decide di non atterrare e di seguire gli sviluppi in volo.
9:50 Sgomberato il Congresso.
9:55 L’aviazione Usa dichiara di aver perso le tracce di altri due aerei.
10:00 Precipita il quarto aereo. E’ un Boeing 747 in volo da Chicago a New York.
10:05 A New York crolla la prima torre.
0.28 Crolla la seconda Torre. Una nuvola di fumo copra tutto il Sud dell’isola di Manhattan.
11:20 Crolla anche un palazzo vicino al World Trade Center.
12.30 Prime stime dei morti. Si parla di 10 mila persone uccise.
13.18 Bush compare in Tv e promette di dare la caccia e punire i responsabili degli attentati. Poi alle 13.43 riparte con l’Air Force One per destinazione ignota.
17.00 Bush torna alla Casa Bianca
18.30 Nuovo messaggio di Bush alla nazione: “Colpiremo i responsabili e i Paesi che li proteggono”.

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Guerra in Iraq: links per dossier Iraq
Guerra in Iraq: immagini e foto dossier
by Giuseppe Brindisi
2 dicembre 2004

link con analisi, saggi e temi su guerra in iraq e terrorismo e saggi su temi correlati allo studio globale della guerra in rapporto con politica, scienza, tecnologia, finanza, storia, filosofia, pacifismo, terzo mondo, fame nel mondo e altri grandi temi planetari che incidono sul fenomeno guerra e, quindi, sulla polemologia
DOSSIER IRAQ : I MIGLIORI TEMI E SAGGI (cause della guerra in iraq, cattura di saddam hussein, cause del terrorismo islamico, strage di nassirya, riflessi sulla dottrina militare, dottrina bush e dottrina rumdsfeld, le vere cause della guerra, la politica di difesa dell’europa…
La guerra in iraq attraverso le immagini. Dossier foto sulla guerra
guerra in iraq: cronologia
conseguenze della guerra in iraq sulle dottrine militari
Guerra in Iraq e strage di Nassirya: il senno del poi. di Giuseppe Brindisi 10 dicembre 2003
Soldati di pace in guerra
Automazione e lavoro: la fine del lavoro
Ammaestramenti della Guerra in Iraq
Teoria dello Shock and Awe: da Clausewitz a Ullman
Terrorismo islamico: crimine di guerra crimine contro l’umanità
Guerra senza limiti; guerra amorale
Spagna: i terroristi vincono le elezioni
Elicotteristi italiani si rifiutano di operare in Iraq

Iraq: anatomia di una guerra
>> guerra in Iraq: dossier e saggi
>> Scheda del conflitto e ultime news
Le vere cause della guerra in Iraq 27-09-03
The true causes of war guerra in Iraq 27-09-03
Le cause della guerra in Iraq 27-09-03
Cronologia della crisi e della guerra in iraq
guerra in iraq e sindrome di Annibale.Iraq war and Hannibal syndrome.

La Crisi

20 marzo 2003: ore 3.35 (in Italia): le forze angloamericane attaccano Baghdad, inizia la guerra.

18 marzo 2003: ultimatum di Bush: «Saddam ha 48 ore di tempo per andarsene». Saddam: «Non cedo, siamo pronti ad una battaglia sanguinosa».

17 marzo 2003: Bush all’Onu: «Oggi è il giorno della verità». Saddam risponde: «Sarà guerra in tutto il mondo».

10 marzo 2003: il Papa: «L’alternativa pace-guerra
è una scelta tra il Bene e Satana».

27 febbraio 2003: USA: «Bush non si farà condizionare dalle pressioni del Papa».

25 febbraio 2003: sulla seconda risoluzione, USA, Gran Bretagna e Spagna da una parte, Francia, Germania e Russia dall’altra.

21 febbraio 2003: Rumsfdeld: «Siamo pronti per l’invasione dell’Iraq».

19 febbraio 2003: Berlusconi: «Sull’Iraq abbiamo ancora speranze di pace».

18 febbraio 2003: Vaticano: «La pace è ancora possibile».

15 febbraio 2003: manifestazioni a favore della pace in tutto il mondo.

12 febbraio 2003: il primo ministro spagnolo Aznar afferma di essere a favore dell’intervento militare in Iraq.

11 febbraio 2003: il presidente cinese Yabg Zeming appoggia la posizione di Francia e Germania.

4 febbraio 2003: l’incontro tra Blair e Chirac si conclude con un nulla di fatto: ognuno conserva le proprie posizioni.

29 gennaio 2003: John Negroponte, ambasciatore USA presso l’Onu, avverte che il tempo a disposizione per un negoziato sta per esaurirsi.

22 gennaio 2003: Chirach e Schroeder ratificano l’opposizione comune ad un intervento armato in Iraq.

18 gennaio 2003: Blix: «L’Iraq non ha collaborato abbastanza con gli ispettori dell’Onu».

14 gennaio 2003: Bush: «Ne ho abbastanza dei giochetti di Saddam».

8 gennaio 2003: El Baradei, direttore generale dell’Agenzia Internazionale sull’Energia Atomica, chiede più tempo per le ispezioni.

7 gennaio 2003: con un nuovo contingente di truppe, il numero dei soldati statunitensi in zona sale a 250 mila.

28 dicembre 2002: Bush definisce Saddam «un pericolo per i suoi vicini e per il mondo», mentre il Pentagono invia altre truppe nel Golfo Persico.

22 dicembre 2002: Igor Ivanov, Ministro degle Esteri russo: «Non esistono le condizioni per un attacco all’Iraq».

20 dicembre 2002: Hans Blix, capo degli ispettori Onu: «Non ci sono prove incriminatorie sugli armamenti iracheni».

3 dicembre 2002: il governo turco metterà le proprie basi militari a disposizione degli USA.

27 novembre 2002: gli ispettori Onu si dicono soddisfatti del grado di collaborazione mostrato dai funzionari iracheni.

27 novembre 2002: Schroeder: «La Germania non parteciperà ad una eventuale guerra contro l’Iraq».

18 novembre 2002: venti ispettori dell’Onu sono arrivati in Iraq per iniziare i controlli sugli armamenti di Saddam Hussein.

13 novembre 2002: l’Iraq accetta senza condizioni le ispezioni degli armamenti da parte dell’Onu.

3 novembre 2002: l’Arabia Saudita fa sapere che non metterà a disposizione le proprie installazioni militari.

23 ottobre 2002: un portavoce del governo iracheno fa sapere che una nuova risoluzione dell’Onu equivarrebbe ad una dichiarazione di guerra nei loro confronti..

22 ottobre 2002: Chirac e Putin si dicono contrari alla nuova proposta di risoluzione statunitense.

21 ottobre 2002: Bush chiede che l’Onu approvi una nuova risoluzione e che le ispezioni siano rapide.

16 ottobre 2002: Bush firma una risoluzione del Congresso che autorizza la guerra con l’Iraq.

27 settembre 2002: Francia e Cina negano il proprio appoggio agli USA in un eventuale intervento militare in Iraq.

24 settembre 2002: il Governo iracheno garantisce libero accesso agli ispettori dell’Onu.

21 settembre 2002: si approfondisce il conflitto diplomatico tra USA e Germania.

9 settembre 2002: il Segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan avverte sulle possibili conseguenze dell’attacco all’Iraq.

4 settembre 2002: il Congresso statunitense appoggia Bush su un eventuale attacco nei confronti dell’Iraq.

24 agosto 2002: il governo iracheno lancia una massiccia campagna diplomatica contro gli Stati Uniti.
10 agosto 2002: Bush: «L’Iraq è nemico finchè non dimostra il contrario».

7 agosto 2002: Saddam: «Se gli USA attaccheranno, noi ci difenderemo».

19 luglio 2002: 5 civili morti e 8 feriti durante un raid delle forze anglo-americane in Iraq.

17 luglio 2002: Saddam avverte: «Il popolo iracheno è pronto a combattere per l’indipendenza e la libertà».
14 luglio 2002: Bush incontra Blair per preparare un possibile piano d’azione contro l’Iraq.
13 luglio 2002: ancora incursioni di cacciabombardieri anglo-americani in Iraq.
6 luglio 2002: Saddam Hussein attacca Bush: «E’ arrogante, non conosce la parola dialogo».
5 luglio 2002: niente accordo tra Onu e Iraq per quanto riguarda le ispezioni.
26 giugno 2002: aerei inglesi e americani bombardano un posto di controllo delle forze militare nel nord dell’Iraq.
16 giugno 2002: secondo il Washington Post, la Cia sarebbe stata incaricata di preparare un piano per far cadere il regime iracheno.
3 maggio 2002: i colloqui tra il governo iracheno e alcuni rappresentanti dell’Onu riguardo l’ammissione degli ispettori Onu non vanno a buon fine, ma c’è comunque ottimismo.
19 marzo 2002: secondo la Cia ci sarebbero le prove per dimostrare i contatti tra Iraq e l’organizzazione Al Qaeda.
28 febbraio 2002: il governo di Baghdad si dice disposto ad accettare un gruppo di ispettori britannici, al fine di esaminare le armi di distruzioni di massa in mano agli iracheni.
13 febbraio 2002: Bush: «Prenderemo ogni misura per difenderci da nazioni come l’Iraq».
31 gennaio 2002: nel discorso sullo stato dell’Unione, Bush segnala come possibili stati nemici l’Iran, l’Iraq e la Corea del Nord.
18 dicembre 2001: Donald Rumsfeld afferma che gli USA non hanno bisogno dell’Onu per allargare il conflitto ad altri paesi «canaglia».
27 novembre 2001: Bush avverte Saddam Hussein: «Se non accetterà le ispezioni dell’Onu, sia pronto a pagarne le conseguenze.
9 ottobre 2001: migliaia di iracheni scendono in piazza per protestare contro l’attacco dell’Afghanistan.
20 settembre 2001: aerei angoamericani bombardano due batterie antimissile nel sud dell’Iraq.
11 settembre 2001: attentato alle Twin Towers.

La Guerra

Alle 3,33 (ore 5,33 a Bagdad) del 20 marzo scattava l’attacco
Cronologia di un mese di guerra in Iraq
I fatti principali dei primi 30 giorni dell’intervento della coalizione angloamericana contro il regime di Saddam
ROMA – Domenica 20 aprile, giorno di Pasqua, scade il primo mese di guerra. Di seguito i fatti principali, giorno per giorno, dell’intervento angloamericano in Iraq.

20 marzo: alle 3.33 in Italia (le 5,33 in Iraq), con «decapitation attack», una serie di martellanti raid aerei per decapitare il regime, gli Stati Uniti lanciano l’operazione «Iraqi Freedom». L’intervento militare vero e proprio comincia con l’invasione dei marines del primo corpo di spedizione dal Kuwait. Primo discorso in tv di Saddam Hussein.

21 marzo: le forze della coalizione sostengono di aver preso il controllo del porto di Umm Qasr e della Penisola di Fao, dove sono arrivate le forze britanniche. Muoiono i primi soldati americani in un incidente di elicottero. Il Pentagono annuncia l’inizio di «shock and awe».

22 marzo: Il generale Tommy Franks, comandante in capo delle forze alleate, nella sua prima conferenza stampa, annuncia che quella iniziata sarà una campagna diversa da tutte le altre, «vedrete shock, sorpresa e flessibilità». In un attentato suicida resta ucciso un giornalista australiano. Manifestazioni pacifiste in tutto il mondo.

23 marzo:un soldato americano di religione islamica lancia una granata contro Camp Pennsylvania, nel Kuwait, uccidendo un commilitone e ferendone altri 15. La televisione Al Jazeera mostra le immagini di soldati americani uccisi e catturati nei pressi di Nassiriyah.

24 marzo: in una conferenza stampa, il vice premier iracheno Tareq Aziz afferma che Saddam Hussein ha «il totale controllo del Paese, delle Forze armate e del Partito Baath».

25 marzo: primi tempeste di sabbia, mentre quattromila marines attraversano l’Eufrate. Fonti britanniche parlano di una rivolta popolare a Bassora.

26 marzo: un missile colpisce un mercato di Bagdad, uccidendo 15 persone. Nella notte vengono paracadutati nel nord dell’Iraq mille parà americani partiti dalla base di Ederle, Vicenza.

27 marzo:Vertice a Camp David tra Bush e il premier britannico Tony Blair: i due leader riaffermano che raggiungeranno l’obiettivo di rimuovere Saddam e liberare il popolo iracheno.

28 marzo: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu raggiunge un accordo sulla ripresa del programma «petrolio contro cibo». Oltre 50 persone restano uccise in un nuovo bombardamento di un mercato di Bagdad, mentre sette giornalisti italiani vengono fermati a Bassora dalla polizia irachena.

29 marzo:quattro marines americani restano uccisi a Najaf nel primo attacco suicida contro le forze della coalizione. Il vice presidente iracheno, Taha Yassin Ramadan, annuncia: «È solo l’inizio».

31 marzo: il generale Fransk visita le truppe americane in Kuwait, mentre si intensificano i raid contro i palazzi del potere a Bagdad. La televisione Nbc licenzia Peter Arnett per aver concesso un’intervista alla tv irachena.

1° aprile: dieci civili, tra cui cinque bambini, sono uccisi a un checkpoint a Najaf dagli americani, che temono un attacco suicida. Con un blitz delle forze speciali, viene liberata Jessica Lynch, uno dei soldati americani catturati dagli iracheni in un’imboscata vicino a Nassiriyah.

2 aprile: gli Stati Uniti annunciano di essere a poco meno di 40 chilometri da Bagdad.

3 aprile: incontro a Bruxelles tra i ministri degli Esteri dell’Ue e della Nato e il segretario di Stato americano Colin Powell, che promette che l’Onu avrá un ruolo importante nella ricostruzione. Forze speciali entrano in un palazzo presidenziale fuori Bagdad.

4 aprile:gli americani entrano nell’aeroporto di Bagdad.

6 aprile:bombardato un convoglio diplomatico russo che lasciava la capitale irachena in direzione della Siria, a bordo del quale si trovava anche l’ambasciatore russo, rimasto leggermente ferito. Conquistata Karbala, mentre le forze americane hanno ormai accerchiato Bagdad.

7 aprile: le forze britanniche annunciano la morte di Ali il chimico. Due giornalisti, l’inviato di «El Mundo» e il collega di «Focus» restano uccisi in un attacco missilistico a sud di Bagdad.

8 aprile:attaccato l’Hotel Palestine, l’albergo dei giornalisti, restano uccisi due reporter, mentre un inviato di Al Jazeera muore nel bombardamento della sede tv a Bagdad. Da Belfast, il presidente americano George W. Bush e il premier britannico Tony Blair ribadiscono l’impegno a lavorare con l’Onu nel dopo Saddam

9 aprile:i marines americani entrano nel centro di Bagdad,abbattuta la grande statua di Saddam Hussein nella piazza del Paradiso.

10 aprile: i curdi entrano a Kirkuk, nel nord dell’Iraq. Un leader sciita, Abdul Majid al Khoei, viene accoltellato a morte nella moschea di Najaf. Primo attacco suicida a Bagdad, morti due marines americani.

11 aprile: gli americani diffondono un mazzo di carte con i volti e i nomi dei 55 “most wanted” del regime, mentre aumentano le accuse degli Usa alla Siria di aver dato ospitalitá ai leader iracheni in fuga. Cade anche a Mosul.

12 aprile: si consegna agli americani Amir al Saadi, consulente scientifico di Saddam. Devastazioni e saccheggi in tutta la capitale, nella biblioteca e nel Museo archeologico.

13 aprile: vengono liberati sette soldati americani in mano agli iracheni. Viene catturato uno dei fratellastri di Saddam, Watban al Tikriti.

14 aprile: i marines entrano a Tikrit, la ciità natale di Saddam.

15 aprile: l’opposizione si riunisce per la prima volta a Nassiriyah.

16 aprile: le forze americane annunciano l’arresto di Abu Abbas a Bagdad. Franks va a Bagdad, mentre Bush firma la legge di spesa per la guerra da 79 miliardi di dollari e chiede la revoca delle sanzioni contro l’Iraq. A Bagdad viene catturato un altro fratellastro di Saddam, Barzan Ibrahim Al Tikriti.

17 aprile: Al Jazeera mostra le immagini di quello che potrebbe essere stato l’ultimo rifugio di Saddam. L’Fbi invia agenti in Iraq per recuperare il patrimonio saccheggiato. Nei pressi di Mosul i curdi catturano un leader del Baath, Samir Al Aziz Al Najim.

18 aprile: trovato il tesoro di Saddam, 320 milioni di dollari, in un palazzo presidenziale. Abu Dhabi mostra le immagini del rais che risalirebbero al 9 aprile, giorno della caduta di Bagdad. Migliaia di iracheni scendono in piazza, al grido di «nè con Saddam nè con gli Stati Uniti».

19 aprile: E’ stato catturato a Bagdad dalla polizia irachena, e poi consegnato ai marines, l’ex ministro delle Finanze Hikmat al Azzawi. al Azzawi era il numero 45 della lista dei 55 gerarchi più ricercati dagli Stati Uniti,
19 aprile 2003

Storia

La battaglia di Vienna del 1683

by IsilanAllea

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di Renato Cirelli

Lo scenario politico-militare nella seconda metà del Seicento, il secolo terribile che aveva sconvolto e cambiato per sempre l’Europa, si presenta tutt’altro che pacifico. La Guerra dei Trent’Anni (1618-1648), iniziata come guerra di religione, era continuata come conflitto fra la Casa regnante francese dei Borbone e gli Asburgo per togliere a questi ultimi l’egemonia sulla Germania, che derivava loro dall’autorità imperiale. Per raggiungere questo scopo il primo ministro francese Armand du Plessis, cardinale duca di Richelieu (1585-1642), inaugurando una politica fondata sul solo interesse nazionale a scapito degli interessi dell’Europa cattolica, si allea con i principi protestanti.

I Trattati di Westfalia del 1648 sanciscono l’indebolimento definitivo del Sacro Romano Impero e sulla Germania, devastata e divisa fra cattolici e protestanti e frazionata politicamente, si stabilisce l’egemonia del re di Francia Luigi XIV (1638-1715). Il ruolo dominante raggiunto in Europa spinge il Re Sole ad aspirare alla stessa corona imperiale e, in questa prospettiva, egli non esita a cercare l’alleanza degli ottomani, indifferente a ogni ideale cristiano ed europeo. Sul finire del secolo l’Europa cristiana è prostrata e ripiegata su sé stessa fra divisioni religiose e lotte dinastiche, mentre la crisi economica e il calo demografico, conseguenti paesi in guerra oggi, completano il quadro e la rendono oltremodo vulnerabile.

L’offensiva turca

L’impero ottomano, che aveva ormai conquistato i paesi balcanici fino alla pianura ungherese, il 1° agosto 1664 era stato fermato nella sua avanzata dagli eserciti imperiali guidati da Raimondo Montecuccoli (1609-1680) nella battaglia di San Gottardo, in Ungheria.

Poco dopo però, sotto l’energica guida del Gran Visir Kara Mustafà (1634-1683), l’offensiva turca riprende, incoraggiata incoscientemente da Luigi XIV nella sua spregiudicata politica anti-asburgica, e approfitta della debolezza in cui versano l’Europa e l’Impero.

Solo la Repubblica di Venezia contende ai Turchi ogni isola dell’Egeo e ogni metro di Grecia e di Dalmazia combattendo orgogliosamente da sola la sua ultima e approfondimenti prima guerra mondiale, che culmina con la caduta di Candia nel 1669, difesa eroicamente da Francesco Morosini il Peloponnesiaco (1618-1694).

Dopo Creta, nel 1672 la Podolia — parte dell’odierna Ucraina — viene sottratta alla Polonia e nel gennaio del 1683, a Istanbul, vengono inastate le code di cavallo di battaglia in direzione dell’Ungheria e un immenso esercito si mette in marcia verso il cuore dell’Europa, sotto la guida di Kara Mustafà e del sultano Maometto IV (1642-1693), con l’intento di creare una grande Turchia europea e musulmana con capitale Vienna.

Le poche forze imperiali — appoggiate da milizie ungheresi guidate dal duca Carlo V di Lorena (1643-1690) — tentano invano di resistere. Il grande condottiero al servizio degli Asburgo prende il comando benché ancora convalescente di una grave malattia che lo aveva portato sull’orlo della morte, dalla quale — si dice — l’abbiano salvato le preghiere di un padre cappuccino, il venerabile Marco da Aviano (1631-1699). Il religioso italiano, inviato del Papa presso l’Imperatore e instancabile predicatore della crociata anti-turca, consiglia che tutte le insegne imperiali portino l’immagine della Madre di Dio. Da allora le bandiere militari austriache manterranno l’effigie della Madonna per due secoli e mezzo, fino a quando Adolf Hitler (1889-1945) le farà togliere.

Le “campane dei turchi”

L’8 luglio 1683 l’esercito ottomano muove dall’Ungheria verso Vienna, vi giunge il 13 luglio e la cinge d’assedio. Durante il percorso ha devastato le regioni attraversate, saccheggiato città e villaggi, distrutto chiese e conventi, massacrato e schiavizzato le popolazioni cristiane.

L’imperatore Leopoldo I (1640-1705), dopo aver affidato il comando militare al conte Ernst Rüdiger von Starhemberg (1638-1701), decide di lasciare la città e raggiunge Linz per organizzare la resistenza della Germania contro il tremendo pericolo che la sovrasta.

Nell’impero suonano a stormo le “campane dei turchi”, com’era già accaduto nel 1664 e nel secolo precedente, e inizia la mobilitazione delle risorse militari imperiali, mentre l’imperatore tesse febbrilmente trattative per chiamare a raccolta tutti i principi, cattolici e protestanti, sabotato da Luigi XIV e da Federico Guglielmo di Brandeburgo (1620-1688), e chiede l’immediato intervento dell’esercito polacco, appellandosi al supremo interesse della salvezza della Cristianità.

Papa Innocenzo XI

In questo momento drammatico dà i suoi frutti la politica europea e orientale da anni promossa dalla Santa Sede, soprattutto per merito del cardinale Benedetto Odescalchi (1611-1689), eletto Papa con il nome di Innocenzo XI nel 1676, beatificato nel 1956 da Papa Pio XII (1939-1958).

Convinto custode del grande spirito crociato, il Pontefice, che da cardinale governatore di Ferrara si era guadagnato il titolo di “padre dei poveri”, ispira una politica lungimirante tesa a creare un sistema di equilibrio fra i principi cristiani per indirizzare la loro politica estera contro l’impero ottomano. Avvalendosi di abili e decisi esecutori come i nunzi Obizzo Pallavicini (1632-1700) e Francesco Buonvisi (1626-1700), il venerabile Marco da Aviano e altri, la diplomazia pontificia media e concilia i contrasti europei, pacifica la Polonia con l’Austria, favorisce l’avvicinamento con il Brandeburgo protestante e con la Russia ortodossa, difende perfino gli interessi dei protestanti ungheresi contro l’episcopato locale, perché tutte le divisioni della Cristianità dovevano venir meno davanti alla difesa dell’Europa dall’islam. E, nonostante gli insuccessi e le incomprensioni, nell’”anno dei Turchi” 1683 il Papa riesce a essere l’anima della grande coalizione cristiana, trova il denaro in tutta Europa per finanziare le truppe di grandi e di piccoli principi e paga personalmente un reparto di cosacchi dell’esercito della Polonia.

L’assedio

Intanto a Vienna, invasa dai profughi, si consuma la via crucis dell’assedio, che la città sopporta eroicamente. 6.000 soldati e 5.000 uomini della difesa civica si oppongono, tagliati fuori dal mondo, allo sterminato esercito ottomano, armato di 300 cannoni. Tutte le campane della città vengono messe a tacere fuorché quella di Santo Stefano, chiamata Angstern, “angoscia”, che con i suoi incessanti rintocchi chiama a raccolta i difensori. Gli assalti ai bastioni e gli scontri a corpo a corpo sono quotidiani e ogni giorno può essere l’ultimo, mentre i soccorsi sono ancora lontani. Sollecitato dal Papa e dall’imperatore, alla testa di un esercito, muove a marce forzate verso la città assediata il re di Polonia Giovanni III Sobieski (1624-1696), che già due volte aveva salvato la Polonia dai turchi. Finalmente il 31 agosto si congiunge con il duca Carlo di Lorena, che gli cede il comando supremo, e, quando viene raggiunto da tutti i contingenti dell’impero, l’esercito cristiano si mette in marcia verso Vienna, dove la situazione è ormai drammatica. I turchi hanno aperto brecce nei bastioni e i difensori superstiti, dopo aver respinto diciotto attacchi ed effettuato ventiquattro sortite, sono allo stremo, mentre i giannizzeri attaccano, infiammmati dai loro predicatori, e i cavalieri tatari scorazzano per l’Austria e la Moravia. L’11 settembre Vienna vive con angoscia quella che sembra l’ultima notte e von Starhemberg invia a Carlo di Lorena l’ultimo disperato messaggio: “Non perdete più tempo, clementissimo Signore, non perdete più tempo”.

La battaglia

All’alba del 12 settembre 1683 il venerabile Marco da Aviano, dopo aver celebrato la Messa servita dal re di Polonia, benedice l’esercito schierato, quindi, a Kalhenberg, presso Vienna, 65.000 cristiani affrontano in battaglia campale 200.000 ottomani.

Sono presenti con le loro truppe i principi del Baden e di Sassonia, i Wittelsbach di Baviera, i signori di Turingia e di Holstein, i polacchi e gli ungheresi, il generale italiano conte Enea Silvio Caprara (1631-1701), oltre al giovane principe Eugenio di Savoia (1663-1736), che riceve il battesimo di fuoco.

La battaglia dura tutto il giorno e termina con una terribile carica all’arma bianca, guidata da Sobieski in persona, che provoca la rotta degli ottomani e la vittoria dell’esercito cristiano: questo subisce solo 2.000 perdite contro le oltre 20.000 dell’avversario. L’esercito ottomano fugge in disordine abbandonando tutto il bottino e le artiglierie e dopo aver massacrato centinaia di prigionieri e di schiavi cristiani. Il re di Polonia invia al Papa le bandiere catturate accompagnandole da queste parole: “Veni, vidi, Deus vicit”. Ancor oggi, per decisione di Papa Innocenzo XI, il 12 settembre è dedicato al SS. Nome di Maria, in ricordo e in ringraziamento della vittoria.

Il giorno seguente l’imperatore entra in Vienna, festante e liberata, alla testa dei principi dell’impero e delle truppe confederate e assiste al Te Deum di ringraziamento, officiato nella cattedrale di Santo Stefano dal vescovo di Vienna-Neustadt, poi cardinale, il conte Leopoldo Carlo Kollonic (1631-1707), anima spirituale della resistenza.

Il riflusso dell’islam

La vittoria di Kalhenberg e la liberazione di Vienna sono il punto di partenza per la controffensiva condotta dagli Asburgo contro l’impero ottomano nell’Europa danubiana, che porta, negli anni seguenti, alla liberazione dell’Ungheria, della Transilvania e della Croazia, dando inoltre possibilità alla Dalmazia di restare veneziana. È il momento in cui maggiormente si palesa la grandezza della vocazione e della missione della Casa d’Austria per il riscatto e per la difesa dell’Europa sud-orientale. Per svolgerla, essa mobilita sotto le insegne imperiali le risorse di tedeschi, ungheresi, cèchi, croati, slovachi e italiani, associando veneziani e polacchi, costruendo quell’impero multietnico e multireligioso, che darà all’Europa Orientale stabilità e sicurezza fino al 1918.

La grande alleanza, che riesce a prender vita all’ultimo momento grazie a Papa Innocenzo XI, ricorda l’impresa e il miracolo realizzati un secolo prima grazie all’opera di Papa san Pio V (1504-1572) a Lepanto, il 7 ottobre 1571. Per la svolta impressa alla storia dell’Europa Orientale la battaglia di Vienna può essere paragonata alla vittoria di Poitiers del 732, quando Carlo Martello (688-741) ferma l’avanzata degli arabi. E l’alleanza che nel 1684 viene sancita con il nome di Lega Santa vede un accordo unico fra tedeschi e polacchi, fra impero e imperatore, fra cattolici e protestanti, animata e promossa dalla diplomazia e dallo spirito di sacrificio di un grande Papa, tutto teso al perseguimento dell’obiettivo della liberazione dell’Europa dai turchi.

In quell’anno si realizza una fraternità d’armi cristiana che dà vita all’ultima grande crociata e che, dopo la vittoria e cessato il pericolo, è presto dimenticata; ma, dopo Vienna, in Europa le “campane dei turchi” tacciono per sempre.

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Per approfondire: vedi un quadro generale della situazione europea nel secolo XVI in AA.VV., Storia d’Europa, vol. IV: L’Età Moderna. Secoli XVI-XVIII, Einaudi, Torino l995; una storia della Casa d’Austria in Adam Wandruska, Gli Asburgo, trad. it., TEA, Milano l993; approfondimenti specifici in Ekkehard Eickhoff, Venezia, Vienna e i Turchi. Bufera nel Sud-est europeo. 1645-1700, trad. it., Rusconi, Milano l991; e in Jan Wladislaw Wos, La Polonia. Studi storici, introduzione di Paolo Bellini, Giardini, Pisa 1992, capitolo VII: Giovanni III Sobieski e la battaglia di Vienna (1683), pp. 153-177.

Le Dottrine Bush e Rumsfeld

La dottrina Bush

by IsilanAllea

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George W. Bush: il primo imperatore
di Giuseppe Brindisi

La fase bellica della questione Irachena è terminata con un incontestabile successo, militare e politico, degli USA.
Nei talk show, non si è fatto in tempo ad amplificare i tristi vaticini dei garbati detrattori delle capacità USA, che Bagdad era occupata.

Il comico ministro della propaganda irachena ha fatto appena in tempo, prima di darsele a gambe, a dire che la Guardia Repubblicana di Saddam si apprestava a fare un’ecatombe di yankee.
L’umanità intera, seduta sulle gradinate virtuali del Colosseo, all’entrata dei carri armati nell’arena di Bagdad guardò verso l’imperatore Bush che, pollice verso, ordinava ai suoi gladiatori di finire i vinti.

Scherzi a parte (mica tanto scherzi, però), il fulmineo disfacimento delle Armate di Saddam sorprese tutti, esperti e non esperti.

I veri esperti, convinti dell’inevitabile sconfitta di Saddam, non riuscivano a spiegare la soppressione di un atto della
tragi-commedia: lo scontro con la terribile Guardia Repubblicana.
Nemmeno la linea Maginot aveva resistito così poco tempo.
La sparizione della Guardia avveniva in tempi da primato Guinness.
La dietrologia spiega anche questo primato: americani e iracheni si erano messi d’accordo. Tutto finto, come lo sbarco sulla Luna.

Le cose stanno diversamente. Le unità corazzate americane avevano ricevuto l’ordine di correre all’impazzata verso Bagdad, come Guderian verso Dunkerque..

L’Armata Irachena era stata paralizzata in una ragnatela. Missili segugi, bombe da tiro a segno, proietti ad elevata perforazione, la storia della guerra, guerra psicologica, aerei A10 (veri e propri cannoni a canne rotanti con intorno un aereo), elicotteri Apache, bombe di profondità terrestri ed altre diavolerie americane, danzavano, ipnotizzavano e, poi, distruggevano gli stralunati pretoriani di Saddam che, messisi in mutande, cercavano scampo nella fuga Azzardo un paragone: i pellerosse avevano maggiori probabilità di resitere;il divario tecnologico era meno abissale.

Ci siamo resi tutti conto che è da pazzi pensare di combattere con armi e forze convenzionali contro gli USA. L’aveva fatto con successo il Vietnam per due motivi:
• Primo (e basterebbe questo) l’appoggio dell’URSS e della Cina;
• Secondo: ambiente giunglo-paludoso del Vietnam.

Si fa presto a dire: l’America, in Vietnam, doveva intervenire subito con il massimo sforzo possibile. E l’URSS e la Cina?
Il mondo era bipolare e ciascun polo, prima di agire, doveva tener conto dell’altro in situazione di equilibrio del terrore.
Ora il mondo è unipolare e, ringraziamo Iddio che gli USA siano una grande Democrazia. Se al suo posto fosse stato il Terzo Reich ora marceremmo tutti a passo d’oca e ci saluteremmo al grido di heil Hitler.

Bush, nel suo discorso al Congresso, (settembre dello scorso anno), aveva illustrato il proprio Disegno Strategico Planetario
Gli intendimenti espressi dal Presidente si possono raggruppare in tre entità:

  • rappresentazione della realtà americana nell’ambito di quella planetaria;
  • MISSIONE degli USA,
  • Disegno Strategico e cioè: come assolvere LA MISSIONE.

La Realtà Americana
Bush così testualmente si esprime:
“Oggi, gli Stati Uniti godono di una posizione di impareggiabile forza militare e di grandioso potere economico e politico…Ora l’America non è più minacciata da Stati conquistatori, ma da Stati perdenti. Non siamo più minacciati da flotte ed eserciti, ma da tecnologie catastrofiche nelle mani di pochi esagitati…L’impronta caratteristica del nostro rapporto con la Russia non è più lo scontro, ma la cooperazione, e i vantaggi di questo cambiamento sono chiari: è finito l’equilibrio del terrore che ci teneva divisi; si è assistito ad una storica riduzione degli arsenali nucleari; e cooperiamo in settori come la lotta al terrorismo e la difesa missilistica, cose che fino a poco tempo fa sarebbero state inconcepibili”

La Missione
“Ma oggi, l’umanità ha tra le mani la responsabilità di far trionfare la libertà a dispetto di tutti i suoi nemici. Gli Stati Uniti accolgono con gioia la responsabilità di guidare questa grandiosa missione”.

COME
“Estendere i benefici della libertà in tutto il pianeta. La nostra strategia completa per combattere le armi per la distruzione di massa prevede: di estendere i benefici della libertà in tutto il pianeta; di mantenere le nostre difese in grado di far fronte a qualsiasi sfida con operazioni preventive di contro-proliferazione, con misure deterrenti e difensive contro la minaccia prima che essa sia sferrata, con:
•(..) rafforzamento delle operazioni di non-proliferazione per impedire agli “Stati canaglia” e ai terroristi di dotarsi dei materiali, delle tecnologie e delle competenze necessarie per le armi per la distruzione di massa.
•(..) Strategie efficaci di gestione delle conseguenze degli effetti di un eventuale utilizzo delle armi per la distruzione di massa da parte di terroristi o Stati ostili.
Bush prosegue:
“… non esiteremo ad agire da soli, se necessario, per esercitare il nostro diritto all’autodifesa colpendo preventivamente i terroristi, per prevenire la possibilità che essi possano arrecare danni al nostro popolo”

Il Presidente definisce «stati fuorilegge» Iraq e Corea del nord, entrambi privi di quelle armi nucleari che invece possiedono Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina, India, Pakistan, Israele. (..) Egli accomuna gli Stati in due categorie: gli alleati ed amici degli Stati Uniti (compresi quelli in possesso di armi di distruzione di massa) e il resto del mondo.
La Cina, pur non essendo in uno stato di conflitto, neppure latente, con gli USA, non può essere annoverata tra i paesi del tutto amici dell’America. Quanto meno per ragioni ideologiche. Rimane un Paese comunista.
Essa potrebbe costituire, in futuro, una gravissima minaccia per gli USA, i suoi Alleati e, soprattutto, per la Russia, con cui vi sono contrasti che risalgono al tempo della Grande Muraglia.

Cosa accadrebbe se i cinesi sviluppassero la capacità di colpire gli Stati Uniti con un attacco nucleare di sorpresa o, addirittura, la capacità di ritorsione nucleare cosiddetta del “secondo colpo” ?

Soffermiamoci un attimo su taluni concetti di strategia nucleare.
Capacità del “primo colpo” è la possibilità di sferrare un attacco nucleare di sorpresa, ma non quella di ritorsione.
Questa capacità ritorsiva generò, fino alla caduta del muro di Berlino, l’equilibrio del terrore.

Ciascuna delle due Superpotenze, pur attaccata di sorpresa dall’altra, conservava la capacità di ritorsione nucleare – cosiddetta del “ secondo colpo”-
Il terrore della distruzione reciproca, e del mondo intero, assicurava la pace.

L’UK, la Francia, la Cina, l’India, il Pakistan, Israele ed altre minori potenze nucleari, non possiedono, rispetto agli USA, la capacità del “secondo colpo”.
Un loro ipotetico attacco nucleare contro gli USA provocherebbe, di certo, la ritorsione nucleare annientatrice dell’America.
Ovviamente, agli Americani, questo vantaggio basta. Bella soddisfazione sarebbe quella di distruggere uno “Stato canaglia” dopo aver subito la distruzione di New York o di Washington.

Le minacce nucleari sono, dunque, di due tipì. Terroristico e Strategico.

  • Terroristico, per la possibilità attuale o futura, di impiegare, contro gli USA (ed i loro Alleati), ordigni nucleari tattici della potenza di quelli fatti esplodere su Hiroshima e Nagasaki (20 o 30 Kiloton – un kiloton è pari a mille tonnellate di tritolo-). Tali ordigni potrebbero essere lanciati con missili a medio-corto raggio o con aerei kamikaze o, ancora, fatti esplodere come mine (corre voce che siano scomparse 20 valigette nucleari dell’ex URSS) ;
  • Strategico, per l’eventuale attacco, o da parte di potenza dotata di capacità limitata al primo colpo o da potenza capce del “secondo colpo”, per ora inesistente.

E se la Cina sviluppasse la capacità del “secondo colpo”? Con missili balistici intercontinentali?
La dottrina di Bush, a leggerla bene, contiene anche le linee strategiche per fronteggiare questa ipotesi.
Esse si basano sullo sviluppo del cosiddetto “scudo spaziale” e sulla dottrina dell’attacco preventivo. Quando Bush dice “colpiremo per primi…” si riferisce, ovviamente anche a questo.

Quale critica alla dottrina di Bush?
Sembra che non dia il giusto peso, nell’esposizione fatta, a due grandi temi:

  • lo svuotamento dall’interno dell’impero USA mediante la snaturazione della identità culturale, religiosa, antropologica, etnica degli USA. L’Islamismo, in analogia alla caduta dell’Impero Romano, fagocitato dal Cristianesimo, possiede le potenzialità ideologiche e di sviluppo demografico per svuotare dall’interno l’Occidente.
    I tempi, per questa ipotesi, si calcolano a secoli;
  • l’espugnazione pacifica della fortezza Occidente con migrazioni di massa (del livello centinaia di milioni di uomini) dall’Area Cino-indiana.

Bush e le sue teste d’uovo, di certo studiano anche queste sfide e, non passerà molto tempo, diverranno temi geo-politici di attualità.
E gli alleati Europei?
Gli «americani ripongono scarsa fiducia nei loro alleati (…), ad eccezione degli inglesi, escludendoli da ogni attività che non sia il lavoro poliziesco più subordinato» dice Zbigniew Brzezinski, ideatore del jihad anti-sovietico in Afghanistan.