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L’Esercito Usa mostra il rais magro e con la barba

E’ stato tradito da qualcuno molto vicino a lui
Blitz in una cantina a Tikrit
catturato Saddam Hussein
L’azione portata a termine da militari Usa e peshmerga curdi
Il generale Sanchez: “E’ stanco, rassegnato e collabora”

BAGDAD – Un applauso dei giornalisti americani saluta le prime parole di Paul Bremer, capo dell’Autorità civile provvisoria americana in Iraq: “Signore e signori, we got him, ce l’abbiamo”. E’ l’annuncio ufficiale: Saddam Hussein è nelle mani degli americani. E’ stato preso a pochi chilometri da Tikrit, la sua città natale, in una cantina.

Poi Bremer lascia la parola al generale Ricardo Sanchez, comandante delle forze di occupazione che descrive l’operazione che ha portato al risultato inseguito per nove lunghi mesi. E, improvvisamente, scorrono le immagini della cattura. Eccolo Saddam, smagrito, con una barba foltissima e i capelli lunghi, mentre un militare gli prende dalla bocca la saliva su cui sarà eseguito l’esame del Dna per togliere ogni dubbio sulla sua identità. E dalla sala si levano le voci degli iracheni presenti. “Morte a Saddam! Morte a Saddam”, gridano davanti al palco e di fronte a Sanchez che lascia fare e resta in silenzio.

Poi il generale continua: “Saddam sta bene, è stato rasato e ora parla e collabora. E’ stato catturato senza sparare un colpo e senza fare feriti”. E’ apparso “stanco e rassegnato”.

E’ il giorno della svolta, dell’operazione più importante dall’inizio della campagna irachena. Seicento uomini della quarta divisione di fanteria comandanta dal generale Odierno, dice Sanchez, hanno preso parte all’operazione “Alba Rossa”, con la missione ci “catturare o uccidere” Saddam Hussein. Tra loro, anche i peshmerga curdi, i primi a dare la notizia della cattura. Saddam non ha opposto resistenza, è stato preso mentre si nascondeva in un cantina. Con sé aveva 750 mila dollari americani, due fucili mitragliatori e una pistola. Ma non ha opposto resistenza.
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I militari americani non hanno voluto fornire particolari sulle modalità che hanno portato alla cattura. Nessuna risposta anche sulla taglia di 25 milioni di dollari che era stata messa in palio. Secondo voci sempre più insistenti, la soffiata che ha portato a Saddam è partita dal suo entourage: o un familiare, o le stesse guardie del corpo.

L’annuncio della cattura è stato dato dall’agenzia Irna che riporta le parole del leader curdo Jalal Talabani. Poi la conferma del portavoce del Consiglio di governo iracheno: “Siamo sicuri al cento per cento che Saddam è nelle mani delle forze americane”, ha detto Entifadh Qanbar. Più tardi è Ahmad Chalabi, membro del Consiglio di governo transitorio iracheno, a dire che Saddam Hussein è stato “tirato fuori da una cantina” dalle truppe americane.

Ma il primo ad annunciare ufficialmente e “con grande soddisfazione” la fine della latitanza dell’ex rais è il premier britannico Tony Blair che ruba la scena agli americani: “Saddam è stato catturato”. E’ la svolta, la prudenza è durata meno di un’ora dal primo lancio dell’agenzia di stampa iraniana Irna. Il Pentagono si dimostra il più accorto e per ultimo annuncia: “Saddam Hussein è stato catturato vivo”. Secondo la Cnn, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush è stato informato, già ieri sera, dal segretario alla difesa Donald Rumsfeld della cattura.

Intanto arrivano altri particolari. Le operazioni di identificazione attraverso il confronto sia con dirigenti del regime già nelle mani degli americani siacon tre componenti del Consiglio di governo in Iraq invitati a Tikrit dal comando delle forze della coalizione. L’esame del Dna che, secondo il capo del Consiglio di governo iracheno, Abdul Aziz al Hakim, che è a Madrid, avrebbe già tolto ogni dubbio sull’identità dell’ex dittatore.

Centinaia di persone scendono in strada a Bagdad, Kirkuk e in altre città. Gioia e spari in aria per festeggiare.

Ma Sanchez mostra prudenza. Non è stato ancora stabilito, dice, se dal suo rifugio Saddam dirigesse la guerriglia. Inoltre, aggiunge, la coalizione non si aspetta una fine completa e immediata dagli attacchi. Ma intanto, oggi, “ce l’abbiamo”.

La ricostruzione della cattura. Forse tradito da parenti
o da un fedelissimo attirato dalla taglia: 25 milioni di dollari
Si è arreso in un sudicio cunicolo
Ha detto solo: “Non sparate”
“Un uomo vinto, rassegnato al suo destino”
In azione i 600 uomini della IV Divisione Usa e i curdi
dall’inviato di Repubblica ATTILIO BOLZONI

AGDAD – Era in fondo a un cunicolo, sotterrato da due metri di fango. L’hanno venduto per 25 milioni di dollari e l’hanno trovato in quella buca soffocato dal tanfo e celato dallo sterco di capra.

L’hanno snidato i reparti speciali della 4a divisione di fanteria americana e i peshmerga del “Leone del Kurdistan”, il villaggio di Al Dawr cinto d’assedio. Un rastrellamento tra le palme e il fiume, il primo soldatino che scivola nell’antro e si trova davanti quel che rimane d’un tiranno. Era disteso, rintanato al buio, intontito dal sonno, sudicio, rannicchiato vicino a una fessura che faceva passare l’aria. Era un’ombra, l’ombra di Saddam. Mormorava: “Non sparate”.

In un cencioso villaggio nel nord dell’Iraq è finita la storia del raìs che ha fatto tremare il mondo. Il dittatore di Bagdad è stato catturato senza sparare un colpo intorno alle 20.30 dell’altro ieri, sabato 13 dicembre 2003. Non s’è arreso. Non ha tentato di prendere la pistola e nemmeno uno dei m itra che aveva accanto. Non ha fatto niente. Non ha detto nulla. Era già vinto, era già un uomo sconfitto ancor prima di vedere quel soldato con pala e piccone che aveva scoperchiato la sua tana, spostando qualche mattone e raschiando tra foglie e rifiuti.

Vestito all’araba con una lunga tunica bianca, la dishdasha, sopra aveva una sgualcita giacca blu e al collo una sciarpa. I suoi capelli tinti di nero pece erano lunghi quasi fino alle spalle, il volto sfigurato da un barbone arruffato e sozzo, un graffio sulla fronte, un altro sopra uno zigomo.
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L’hanno tirato fuori di peso dalla fossa che era stata scavata dentro una casupola del villaggio di Al Dawr, piantagioni di palme che seguono il corso del Tigri fino a Tikrit, a 15 chilometri più su, tutto territorio che era e forse è ancora regno dei fedelissimi del raìs. Lui è rimasto al centro della casupola solo per qualche istante, poi è scomparso dentro un elicottero che se l’è portato via. Destinazione: un luogo segreto tra Bagdad e gli Usa. Nella casupola c’erano solo due uomini: le guardie del corpo, i suoi ultimi fidati servitori. E c’erano anche 750mila dollari. Tutti in biglietti di piccolo taglio, spiegazzati dentro un sacco di tela.

Pressappoco cento minuti prima era cominciata la più grande, “caccia all’uomo” del dopoguerra iracheno, operazione in codice “Alba rossa”, azione militare battezzata proprio con quel nome perché ispirata al film di John Milius che nel 1984 raccontava l’avventura di alcuni studenti del Midwest, ragazzi che diventano partigiani per “difendere la libertà” all’ipotetico inizio d’una terza guerra mondiale scatenata dallo sbarco negli Usa di sovietici e cubani. Seicento militari della 4a Divisione comandati dal generale Ray Odierno e un gruppo di peshmerga guidati da Kousrat Rassul Alì, il combattente delle formazioni paramilitari curde conosciuto come “il Leone del Kurdistan”, tutti gli uomini di “Alba rossa” disseminati nel nord dell’Iraq per stanare Saddam.

Da qualche settimana fiutavano le sue tracce intorno a Tikrit, informazioni sempre più precise, sempre più attendibili, fino a quando nel primo pomeriggio di sabato è arrivata quella decisiva dall’intelligence Usa.
Così è finito in trappola l'”Asso di picche” del famigerato mazzo di carte con la faccia dei superricercati del regime di Saddam. Cento minuti per prendere il raìs che braccavano da 248 giorni, da quel 9 aprile, da quando arrivarono le truppe Usa e fu l’inizio della fine dello “zio”. Cento minuti per poi far dire al “governatore” Usa a Bagdad Paul Bremer: “We got him”, lo abbiamo preso.

Ma come si sono spinti i seicento militari fino al villaggio di Al Dawr? Come hanno scoperto il covo di Saddam solo in queste ultime ore, dopo mesi e mesi d’inutili battute e inutili irruzioni in migliaia di fattorie nella provincia di Salahdin? Naturalmente ogni dettaglio – almeno per ora – è coperto dal top secret.

Ma c’è un tam-tam che porta alla taglia dei 25 milioni di dollari che il Pentagono aveva messo sulla testa di Saddam che porta alla spiata eccellente, ai possibili personaggi vicinissimi al raìs che lo avrebbero tradito.

Chi è stato? Un capo della guerriglia nel “triangolo sunnita” a nord di Bagdad? Uno sceicco della sua tribù? Uno dei luogotenenti più fidati? Una voce racconta d’una faida all’interno del commando ristretto degli ex gerarchi del regime ancora latitanti. Un’altra voce vuole che sia stata addirittura la moglie a “consegnare” il dittatore agli americani. Vero? Falso? “Non posso confermarlo”, s’è limitato a rispondere il generale Ricardo Sanchez, capo delle forze d’occupazione in Iraq.

Il generale ha fornito alla stampa internazionale soltanto qualche particolare pittoresco dell’operazione. Come il nome degli obiettivi che si erano dati i suoi soldati. La casupola del villaggio dove si nascondeva Saddam era stata identificata come “Wolverine Two”, Ghiottone Due. Un’altra fattoria sospetta era “Wolverine One”, Ghiottone Uno.

In “Alba Rossa” i ragazzi che prendevano le armi per combattere gli invasori si facevano chiamare wolverines, ghiottoni.

È stato un vero show l’annuncio della cattura di Saddam in diretta davanti alle tv, conferenza stampa scarna di retroscena verosimili ma con le spettacolari immagini dell’ex padrone di Bagdad mostrate in maxischermo al mondo intero.

All’improvviso. Saddam prima e dopo, con barba e senza barba, Saddam esibito come trofeo e con il viso rasato per una più sicura identificazione a vista, Saddam ripreso da vicino mentre apre grande la bocca e fa vedere la gola a un medico che lo sta visitando.

Prima erano state confrontate alcune cicatrici sul corpo del dittatore con quelle che risultavano dai “rapporti” degli specialisti dell’intelligence, e sarebbe già stato eseguito perfino l’esame del Dna con esito positivo. Ma poco dopo la cattura ogni dubbio l’aveva sciolto anche l’ex vicepremier Tareq Aziz, da 7 mesi prigioniero degli americani. Portato davanti al suo raìs, con un soffio di voce Aziz ha riconosciuto il suo padrone di una vita con solo due parole: “È lui”.

Era un uomo stanco il tiranno riparato nella sua miserabile tana di Al Dawr. “M’è apparso rassegnato al suo destino”, ha raccontato il generale Sanchez rivelando un po’ enigmaticamente che il dittatore gli è sembrato “collaborativo”. Poi ha annunciato che la caccia della 4a Divisione non s’è ancora fermata. Continua nelle province a nord di Bagdad contro gli altri 13 latitanti del mazzo di carte. Sono gli ultimi. Gli ultimi dopo quell’uomo che puzzava come un caprone nella sua fossa, che non si lavava da giorni, che oramai non si fidava di nessuno se non di se stesso. Era proprio alla fine il raìs di Bagdad. Annientato dalla sua solitudine.

George W. Bush
in conferenza stampa

WASHINGTON – “La cattura di Saddam Hussein rappresenta una vittoria per quanti stanno dalla parte della libertà, ma non significa la fine delle violenze in Iraq”. Il presidente americano George W. Bush, si rivolge così agli americani dopo la cattura del raìs di Bagdad. Parole che esprimono soddisfazione ma che invitano alla cautela. In un breve discorso, poco più di quattro minuti, Bush ha trasmesso due messaggi: uno al popolo iracheno, che il tempo della paura è passato; e uno al popolo americano, che il tempo della violenza in Iraq non è finito e che la missione che continua resta pericolosa. “L’ex dittatore ora affronterà la giustizia che ha negato a milioni di persone” annuncia Bush. E proprio al popolo iracheno il presidente americano si rivolge. Lo fa per dire che “i tempi della camera della tortura e della polizia segreta sono finiti”. Sono finiti, assicura Bush, i tempi del “corrotto potere di Saddam”.

Bush ha però messo in guardia da eccessivi trionfalismi: la cattura del raìs “non significa la fine delle violenze” contro le truppe americane. Anche se la cattura di Saddam “è stata cruciale per la nascita di un Iraq libero. Essa segna la fine della strada di quest’uomo e di tutti coloro che hanno creduto in lui ed hanno ucciso in suo nome”.

Il capo della Casa Bianca ha anche invitato la popolazione irachena a “unirsi alle forze della coalizione e respingere la violenza” per costruire un nuovo Iraq. “Gli scopi della coalizione – ha detto – sono gli stessi degli iracheni”. Secondo il presidente, “l’operazione di ieri è un tributo alla professionalità di quanti si sono dedicati alla ricerca di Saddam Hussein”.Il raìs a colloquio con un membro del governo transitorio
“E’ stanco e tirato, ma arrogante e provocatorio”
Saddam Hussein non si pente
“Sono stato un leader giusto”
La moglie aveva detto al Sunday Times: “Non lo prenderanno”

ROMA – “Sono stato un leader fermo ma giusto”. Saddam Hussein non si piega, neanche dopo la capitolazione definitiva. Si difende, e continua a tentare di giustificare i propri crimini. Lo ha raccontato Adnan Pachachi, uno dei più importanti membri del Consiglio di governo transitorio, dopo un incontro di circa mezz’ora avuto con l’ex dittatore iracheno.

“Saddam appare piuttosto stanco e tirato, ma non è pentito ed è arrogante, provocatorio” ha detto Pachachi. Nel corso del colloquio, il raìs “ha cercato di giustificare i suoi crimini in un modo o nell’altro – ha spiegato Pachachi – e ha detto di essere stato un uomo di governo giusto ma fermo. Gli abbiamo risposto che, invece, è stato un leader ingiusto, perché a causa dei suoi crimini, è stato responsabile della morte di migliaia di persone”.

Negli otto mesi di clandestinità, Saddam Hussein è sempre rimasto in contatto telefonico ed espistolare con la seconda moglie, Samira Shagbandar, rifugiatasi in Libano con l’unico figlio maschio ancora vivo del raìs (che però lui non ha mai riconosciuto ufficialmente), il ventunenne Ali. E’ la stessa donna a raccontarlo, in un’intervista pubblicata proprio oggi dal Sunday Times, rilasciata a un inviato della testata britannica in un ristorante di Beirut.

Bionda, occhi nocciola, figlia di una facoltosa famiglia irachena, Samira è sempre stata la preferita fra le quattro mogli di Saddam. Per averla, l’ex dittatore rapì il marito di lei, e lo costrinse ad accettare il divorzio.

Il 9 aprile, giorno della caduta di Bagdad, Saddam raggiunse la moglie nel luogo dove lei si nascondeva. “Era molto depresso e triste. Mi ha portato in un’altra stanza ed ha pianto. Sapeva di essere stato tradito”, ha raccontato la donna al Sunday Times. “Mi disse di non avere paura, baciò Ali e gli chiese di prendersi cura di me, assicurandoci che avremmo ricevuto aiuti”, ha detto ancora la donna

Soddisfazione e “grande gioia” espresse dai leader europei
Blair: “Ora bisogna avviare iniziative a favore del Paese”
Saddam, reazioni nel mondo
“Ora l’Iraq ha un futuro”
Chirac: “L’evento dia un forte impulso alla democratizzazione”
Berlusconi: “Ho esultato. Presa l’arma di di distruzione di massa”

Tony Blair

ROMA – Soddisfazione per un “avvenimento importante”, e soprattutto l’auspicio che la cattura dell’ex dittatore possa accelerare il processo di democratizzazione dell’Iraq. Questo il sentire diffuso che si registra dalle reazioni alla notizia che Saddam Hussein è finito nelle mani delle forze americane. Commenti dall’Europa, da Blair a Chirac a Schroeder, ma anche dal Medio Oriente, con la “grande gioia” espressa dal presidente israeliano Katzav. “Trovata l’arma di distruzione di massa – dice invece Berlusconi – si può voltare pagina”.

Quella di Tony Blair è stata la prima conferma, da un leader mondiale, della cattura di Saddam. Ai giornalisti che lo aspettavano davanti a Downing Street, il premier britannico ha detto che il raìs era stato catturato a Tikrit, sua città natale, e che la sua cattura “ha fugato un’ombra che incombeva sul popolo iracheno: Saddam non tornerà”.

“Riconosco il merito al lavoro dell’intelligence della coalizione e delle forze militari – ha aggiunto Blair – la paura è stata fugata e questo ci dà l’opportunità di iniziative a favore dell’Iraq”. Blair ha poi fatto appello alla comunità sunnita e agli ex esponenti del partito Baath affinché approfittino di questo sviluppo per favorire la riconciliazione. “Dobbiamo sforzarci adesso di riunire tutto l’Iraq nella ricostruzione del Paese e per offrirgli un nuovo futuro”.

Per il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, “trovata l’arma di distruzione di massa, ora si può e si deve voltare pagina”. In un’intervista che sarà pubblicata domani dal quotidiano Il Foglio, il premier ha affermato: “Ho esultato alla notizia, ho
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pensato a parole come pace e riconciliazione, democrazia e sviluppo”. E ha definito la cattura di Saddam “un atto di giustizia di cui la coalizione dei volenterosi e il mondo intero non possono che gioire”, auspicando che “aiuti quella svolta alla quale gli Stati Uniti e i loro alleati lavorano dal giorno della liberazione di Bagdad”. Per il premier l’obiettivo più importante è “dare radici alla democrazia nel Medio Oriente, realizzare un sogno di civiltà con mezzi umani e di ragione”.

Una breve dichiarazione per il capo del governo spagnolo Jose Maria Aznar: “E’ una buona giornata per tutti” ha detto accusando Saddam di essere il “responsabile diretto della morte di milioni di persone, di torture, di guerre, ed una minaccia per il suo popolo e per il mondo intero”. “E’ giunto il momento che paghi per i suoi crimini”, ha concluso.

Soddisfazione anche dal fronte anti-interventista europeo, Parigi e Berlino. Il presidente francese Jaques Chirac ha parlato di “un grande evento che dovrebbe dare un forte impulso alla democratizzazione dell’Iraq e permettere agli iracheni di riprendere in mano il destino del loro Paese”. Un commento anche dal ministro degli Esteri francese, Dominique de Villepin, per il quale “è stata chiusa la pagina della dittatura irachena”.

Il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder ha detto di aver appreso la notizia “con grande gioia” e si è congratulato con il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush. “Saddam ha causato sofferenze terribili al suo popolo e alla regione – ha detto Schroeder – spero che la sua cattura aiuti gli sforzi della comunità internazionale per la ricostruzione e la stabilizzazione dell’Iraq”.

Anche per il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan la cattura di Saddam Hussein offre l’opportunità di “un nuovo impulso” alla ricerca “della pace e della stabilità in Iraq”.

Il presidente della Commissione europea Romano Prodi ha commentato la cattura del raìs definendola “la normale e doverosa fine di tutti i dittatori”. “Mi auguro che ciò fornisca un contributo decisivo alla pacificazione del Paese, così come – ha aggiunto – possa essere contributo decisivo per la lotta contro il terrorismo internazionale”.

Dal Giappone, dove si trova in visita ufficiale, il presidente israeliano Moshe Katzav ha parlato di “una notizia eccezionale per Israele”, prova che la comunità internazionale “non intende tollerare uno Stato totalitario che appoggi il terrorismo internazionale”. E al Cairo il segretario generale della Lega Araba, Amr Mussa, ha messo l’accento sulla “necessità che il popolo iracheno prenda una posizione verso lo sviluppo, specie dopo le operazioni inammissibili e pericolose che hanno seguito la caduta del vecchio regime”.

SCHEDA
Saddam, biografia
di un dittatore

Saddam Hussein – di cui è stata annunciata la cattura oggi – è stato presidente dell’Iraq dal 16 luglio 1979, al nove aprile 2003 quando le forze americane hanno occupato Bagdad. L’ex raìs è stato a capo del partito laico nazionalista del Baath.

Saddam è nato il 28 aprile 1937 nel piccolo villaggio di Al Awja, presso Tikrit, da una famiglia molto povera: il padre aveva abbandonato la madre Subha prima della sua nascita. La donna tentò invano l’aborto e il suicidio e chiamò il figlio Saddam, che in dialetto locale significa “disgrazia”. Affidato in fasce agli zii, tornerà a tre anni dalla madre, che nel frattempo si è risposata.

Il patrigno è un uomo violento che lo maltratta e all’età di dieci anni Saddam si trasferisce a Bagdad a casa dello zio Khairallah Tulfah. Nel 1957, Saddam entra nel partito della Rinascita araba socialista (Baath). Due anni dopo, il 7 ottobre 1959, partecipa ad un fallito tentativo di assassinio del generale Abdul Karim Qassim, che aveva instaurato una dittatura militare. Condannato a morte, il giovane Saddam fugge in Siria e poi in Egitto, dove rimarrà tre anni.

Nel febbraio 1963, Qassim viene spodestato e ucciso in un colpo di stato. Accanto al nuovo leader militare, il colonnello Abdel Salam Aref, sale al potere anche il Baath, guidato da Ahmed Hassan al-Bakr, lontano parente di Saddam. Questi torna dall’esilio e inizia la scalata ai vertici del partito. Nello stesso anno sposa Sajida, figlia dello zio Khairallah, che gli darà due figli maschi, Uday e Qusay, e tre femmine, Rana, Raghad e Hala.

Due anni dopo il Baath viene estromesso dal governo. Saddam, arrestato, evade nel 1967 e sarà uno dei protagonisti del colpo di stato che porta il Baath al potere nel 1968. Nel 1969 diventa vice presidente del Consiglio del comando rivoluzionario, nel 1973 vice presidente della repubblica, ruolo grazie al quale riesce ad assumere il controllo delle forze armate e dei servizi segreti.
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Il 16 luglio 1979, costringe al ritiro “per motivi di salute” il presidente Hassan al Bakr. Da quel momento assume tutte le principali cariche: presidente della repubblica, presidente del Consiglio di comando della rivoluzione, segretario generale del Baath e comandante delle forze armate.

Nella prima delle numerose epurazioni che segneranno il suo regime, Saddam inaugura il suo potere denunciando un “complotto anti iracheno” grazie al quale potrà eliminare fisicamente 63 fra i vertici del governo e del partito. Affiancato da una ristretta cerchia di fedelissimi, quasi tutti imparentati con lui e provenienti dalla provincia natale di Tikrit, Saddam instaura una ferrea dittatura personale con l’obiettivo di portare l’Iraq alla guida dei Paesi arabi. Per farlo avvia la modernizzazione del Paese e apre all’Occidente.

Saddam, di confessione sunnita, teme la rivoluzione islamica avvenuta nel vicino Iran, che potrebbe spingere alla rivolta gli sciiti iracheni, la maggior parte della popolazione.

Il 23 settembre 1980 le truppe di Bagdad invadono in più punti il territorio iracheno in quella che Saddam spera sia una guerra lampo. Sarà invece un conflitto lungo e sanguinoso – un milione i morti – che terminerà il 20 agosto 1988 con un cessate il fuoco stabilito dall’Onu, senza nessun vantaggio per l’Iraq. La propaganda trasforma la fine del conflitto in una vittoria e Saddam viene acclamato a Bagdad come conquistatore vittorioso.

Il marzo di quell’anno si era intanto consumato uno dei più atroci crimini del regime. Nell’ambito dell’operazione Anfal per punire i curdi iracheni dell’appoggio fornito all’Iran, Saddam bombarda con armi chimiche la città di Halabja, uccidendo 5mila civili.

Per sostenere la guerra, Saddam si è indebitato pesantemente con gli altri Paesi arabi. Sceglie di uscire dalla difficile situazione economica con la conquista del Kuwait, piccolo emirato confinante, come l’Iraq ricco di petrolio, che reclama la restituzione del denaro prestato. Così facendo potrà ampliare il ridottissimo sbocco sul mare dell’Iraq, obiettivo già fallito nella guerra con l’Iran.

Il due agosto 1990 le truppe irachene entrano in Kuwait. La comunità internazionale condanna l’aggressione e viene formata una coalizione militare di più di trenta paesi, guidata dagli Stati Uniti, che attacca l’Iraq il 17 gennaio 1991. L’operazione Desert Storm si conclude il 27 febbraio con la sconfitta irachena e la liberazione del Kuwait. Nel sud del Paese si sollevano gli sciiti, ma il regime reagisce con estrema durezza e reprime nel sangue la rivolta. A nord i curdi riescono invece a ritagliarsi un’autonomia di fatto. L’Onu impone due no-fly zone a protezione della fascia nord, e di quella sud, che vengono pattugliate da aerei americani e britannici. Viene anche imposto un embargo economico internazionale fino a quando il regime non avrà eliminato il proprio arsenale di distruzione di massa.

Saddam, che ha già usato le armi chimiche contro i curdi iracheni, aveva tentato anche di dotarsi di armi nucleari, ma nel 1981 l’aviazione israeliana aveva distrutto il reattore di Osiraq. Per verificare l’eliminazione dell’arsenale iracheno viene inviata una missione d’ispettori internazionali con i quali Saddam condurrà un lungo braccio di ferro, fino a cacciarli dal Paese nel 1988.

Il 14 aprile 1995 l’Onu vara il programma ‘Oil for food’ che prevede la vendita controllata del petrolio iracheno in cambio della fornitura di cibo e medicine. La popolazione irachena soffre infatti duramente dell’embargo, mentre Saddam controlla saldamente il potere.

Il regime termina con la seconda guerra del Golfo, voluta dal presidente americano George Bush, ma Saddam Hussein riesce a sfuggire agli americani e più volte lancia messaggi audio da televisioni arabe incitando la popolazione alla rivolta. I figli Uday e Qusay sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con gli americani, le figlie Rana e Raghad si sono rifugiate in Giordania, mentre Hala è rimasta in Iraq. Nel 1995 le prime due erano già fuggite una volta ad Amman assieme ai mariti. Saddam aveva convinto i generi a tornare con le famiglie promettendo loro il perdono, ma poi li aveva costretti al divorzio e uccisi.L’operazione “Alba rossa” con cui è stato catturato l’ex raìs
è stata condotta dagli uomini della quarta Divisione fanteria
In 600 per catturare Saddam
Era nascosto in una buca

BAGDAD – Seicento uomini, tra soldati americani e peshmerga curdi, hanno partecipato alla cattura di Saddam Hussein nei dintorni di Tikrit: si nascondeva in una sorta di bunker camuffato. L’operazione è stata chiamata, in codice, “Alba rossa”. Come il film-culto della Destra americana firmato da John Milius, in cui una cittadina Usa resiste all’invasione di russi e cubani.

L’ex raìs era steso all’interno di una buca che poteva contenere un solo uomo e fornita di un rudimentale impianto di ventilazione. “Non è stato sparato nemmeno un colpo” ha raccontato il genenerale Ricardo Sanchez, comandante delle forze di occupazione, nel corso della conferenza stampa in cui è stata ufficialmente annunciata la cattura dell’ex presidente iracheno. “Ora Saddam è in arresto in una località sicura”, ha proseguito, senza rivelare dove sia stato condotto l’ex ditattore. La cattura è avvenuta alle 20,30 (le 18,30 italiane) circa di ieri sera.

Per arrivare a Saddam c’è voluto un lungo lavoro: quello della Quarta Divisione di fanteria di stanza a Tikrit. “Far capire ai nemici che hanno soltanto due possibilità, essere uccisi o catturati”: è stata questa la ‘filosofia’ del generale Ray Odierno, 49 anni che comanda i 600 uomini hanno avuto la missione di “catturare o uccidere” Saddam Hussein.

Alle 18 circa gli uomini delle forze speciali sono arrivati nella città di al Dawr, presso Tikrit. Gli obiettivi individuati erano stati denominati in codice: “Wolverine one” e “Wolverine two” (il nome di un animale, un mustelide dall’aspetto di un piccolo orso).

Contemporaneamente, nelle altre zone del paese, sono stati impegnati gli uomini della 82ma Divisione Aviotrasportata che ha base a Ramadi, lungo le rive dell’Eufrate, mentre a Bagdad è di stanza la Prima Divisione Corazzata.

Con l’avvio della ‘linea dura’, gli americani hanno poi denominato ‘Furious fire’ l’offensiva sferrata con cacciabombardieri, elicotteri e artiglieria contro gli edifici utilizzati dai guerriglieri iracheni a Baquba, nell’Iraq centrale, e ‘Cordon and search’, ‘isola e setaccia’, le operazioni di perquisizione di quartieri senza preavviso nella capitale irachena.

Un lavoro d’assedio che, aiutato da un altrettanto impressionante spiegamento di denaro con il quale, a uno a uno, sono stati “comprati” molti dei fedelissimi del rais e pagate le informazioni per arrivargli sempre più vicini, ha infine reso possibile l’individuazione e la cattura di Saddam.

I soldati si sono insospettiti di fronte a una piccola fattoria circondata da un muro. Mentre esaminavano il terreno, i militari hanno notato una buca camuffata con mattoni e detriti. Alle 20,30 i soldati sono entrati nel pozzo e hano scoperto Saddam Hussein nascosto sul fondo. L’ex dittatore non ha opposto resistenza.

Nell’operazione sono stati trovati 750 mila dollari in biglietti da cento e due mitragliatori. Arrestati due iracheni.

Da circa un mese era scattata nella zona di Tikrit un’operazione chiamata “Ciclone d’edera”: bombe a guida satellitare e carri. Una linea dura detta dell’Iron Hammer (il martello di ferro). Intanto Aloja, il villaggio natale di Saddam Hussein, veniva isolato: si poteva uscire soltanto se provvisti di un pass.

Il generale Raymond
T. Odierno

Contemporaneamente, nelle altre zone del paese, sono stati impegnati gli uomini della 82ma Divisione Aviotrasportata che ha base a Ramadi, lungo le rive dell’Eufrate, mentre a Bagdad è di stanza la Prima Divisione Corazzata.

Con l’avvio della ‘linea dura’, gli americani hanno poi denominato ‘Furious fire’ l’offensiva sferrata con cacciabombardieri, elicotteri e artiglieria contro gli edifici utilizzati dai guerriglieri iracheni a Baquba, nell’Iraq centrale, e ‘Cordon and search’, ‘isola e setaccia’, le operazioni di perquisizione di quartieri senza preavviso nella capitale irachena.

Un lavoro d’assedio che, aiutato da un altrettanto impressionante spiegamento di denaro con il quale, a uno a uno, sono stati “comprati” molti dei fedelissimi del rais e pagate le informazioni per arrivargli sempre più vicini, ha infine reso possibile l’individuazione e la cattura di Saddam.